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日志


2月26日

Pater familias di Francesco Patierno...un film coraggioso.

 
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E' la storia di Matteo (Luigi Iacuzio), un trentenne che, dopo una lunga assenza, ritorna nel paesino in cui è nato e cresciuto in occasione dell'aggravarsi delle condizioni di salute di un padre con il quale non ha mai avuto alcun rapporto e verso il quale prova ora solo una grande tristezza. Quella di Matteo è una passeggiata sconsolata e malinconica tra i vicoli del suo quartiere, un viaggio avanti e indietro con la memoria sino ai tempi della sua adolescenza e delle piccole grandi storie vissute insieme al suo gruppo di amici ormai perduti per sempre. Rievocare ricordi così dolorosi farà riflettere Matteo su quello che è diventata ora la sua vita e se non sia stato un bene per lui essere stato dieci anni in prigione per aver vendicato un affronto troppo grande da mandar giù. Lui sa che tutto quello che gli è accaduto è servito a farlo maturare, ma questo non gli basta; sente che il distacco repentino da quella realtà lo ha allontanato da una vita forse peggiore di quella vissuta nel carcere e per questo cercherà di salvare da quello squallore anche l'unica persona a cui sente di aver voluto veramente bene e lo farà nell'unico giorno di libertà che gli è stato concesso in 10 anni.
Liberamente tratto dall'omonimo libro di Massimo Cacciapuoti (edito da Castelvecchi), "Pater Familias" non vuol essere un film sulla delinquenza minorile ma sulla 'famiglia', un valore morale che non ha alcun significato nella società decadente in cui si trovano alcuni piccoli sobborghi della provincia di Napoli, in cui regna la criminalità ed i ragazzi crescono spesso abbandonati a loro stessi e al proprio destino. Se dunque l'intento di Francesco Patierno era quello di far parlare di sé e del suo film bisogna dire che la cosa è più che riuscita; se invece lo scopo del giovane regista napoletano, abituato a dirigere spot televisivi, era quello di creare un prodotto che potesse arrivare al grande pubblico, forse il suo è da considerarsi un mezzo fallimento. Un film del genere non è stato infatti per niente facile né da distribuire, pensate che esce in copia unica in tre o quattro città al massimo per qualche settimana, ed ancor meno è stato facile da realizzare. Per i suoi contenuti scabrosi e violenti "Pater Familias" non ha trovato alcun finanziamento pubblico e se non fosse stato per il coraggio e la volontà degli attori e dei realizzatori, che non hanno percepito neanche un centesimo, e del regista che ci ha rimesso di tasca sua molti soldi prima di trovare l'appoggio della Kubla Khan che poi lo ha prodotto, questo film non sarebbe mai stato realizzato. Di certo non sarebbe arrivato al Festival di Berlino senza anche l'aiuto dell'Istituto Luce, distributore del film, che in questa stagione ha deciso di far leva quasi esclusivamente su opere prime e seconde.
Le inquadrature sono rubate e volutamente imperfette, l'immagine sempre in movimento comunica allo spettatore lo smarrimento dei personaggi ed in primis di Matteo. Molto efficaci le scene girate in esterno da attori, sia professionisti che non e tutti di origine napoletana, che hanno recitato egregiamente forse proprio perché a loro agio in un ambiente a loro familiare. Quello che ha sconcertato tutti è stato però il totale disinteresse della gente del luogo a quel che accadeva sotto i loro occhi; un'indifferenza terrificante se consideriamo che i passanti erano ignari del fatto che le rapine, gli inseguimenti e gli accoltellamenti a cui stavano assistendo erano in realtà scene di un film.
Le sembianze sono dunque quelle di un documentario, e come tutti i documentari vengono mostrate cose vere in tutta la loro crudezza. La voglia di coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie è stata davvero irrefrenabile in alcuni momenti; la violenza è decisamente troppo marcata specialmente sulle donne, che siano sorelle, madri, figlie, mogli o fidanzate ingabbiate nella loro quotidiana incapacità di reagire ad una vita fatta di sottomissione e silenzio, fungendo spesso da 'oggetti' su cui uomini falliti e insoddisfatti sfogano le loro frustrazioni. Se pur ci si rende conto che la realtà si avvicina molto a quel che si vede nelle immagini, almeno a detta di chi vive o è vissuto in quel posto, il risultato è sconvolgente soprattutto se ci si sofferma a pensare che chi è imprigionato in quell'ambiente non riesce quasi mai ad uscirne, e spesso non vuole neanche provarci. Evitatelo se siete particolarmente sensibili.
 

La Storia Dell'Amore

Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli  uomini. 
Quando
la noia si fu presentata per la terza volta, la pazzia come sempre un po' folle propose:   "giochiamo a nascondino!".
L'interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza  potersi  contenere chiese: "a nascondino? di che si tratta?"
"é un gioco -spiegò  la pazzia - in cui io  mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi
nascondete, quando avrò terminato di contare il primo di voi che scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco".
L'entusiasmo  si mise a ballare, accompagnato dall'euforia. L'allegria fece tanti salti che finì per  convincere il dubbio e persino l'apatia, alla quale non interessava mai niente.... però non tutti vollero partecipare. La verità preferì non nascondersi. Perché se poi tutti alla fine la scoprono?
La superbia pensò che fosse un gioco molto sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non  fosse stata
una
sua idea) e la codardia preferì non arricchirsi.
"UNO,DUE,TRE..." -cominciò a  contare la pazzia.
La prima a nascondersi fu la pigrizia che si  lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso.
La fede volò in cielo e l'invidia si nascose all'ombra del trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire sull'albero
più alto.
La generosità quasi non  riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso  per qualcuno dei
suoi amici.
Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza. Le fronde di un albero? Perfetto  per la timidezza.
Le ali di una farfalla? Il migliore per la voluttà. Una folata di  vento? Magnifico per la libertà.
Così la generosità finì per nascondersi in un raggio di sole.
L'egoismo, al  contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per sé.
La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non e' vero, si nascose dietro l'arcobaleno!).
La passione e  il desiderio al centro dei vulcani. L'oblio....non mi ricordo...dove? 
Quando la  pazzia arrivò a contare 999.999 l'amore non aveva ancora trovato un posto dove
nascondersi poiché li trovava tutti occupati; finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise
di nascondersi tra i suoi fiori. "un milione!" - contò la pazzia. E cominciò a cercare.
La prima a comparire fu la  pigrizia, solo a tre passi da una pietra.
Poi udì la fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la passione e il desiderio
dal fondo dei vulcani.
Per caso trovò l'invidia e poté dedurre dove fosse il trionfo.
L'egoismo non riuscì a trovarlo: era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che c'era un nido di vespe.
Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza.
Con il dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato  nascondersi. 
Alla fine trovò un po' tutti:
il talento nell'erba fresca, l'angoscia in una grotta buia, la menzogna

dietro l'arcobaleno e infine l'oblio che si era già dimenticato che stava giocando a nascondino.
Solo l'amore non le appariva da nessuna parte.
La Pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muovere i rami. Quando, all'improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell'amore!
La pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi; pianse, pregò, implorò, domandò perdono e alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida. 
  
Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l'amore è cieco e la
pazzia sempre lo accompagna.
2月18日

- Dogville -

 
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Il cinema non c'è. Anzi, il cinema c'è, grandioso, prorompente, trascinante negli ultimi cinque minuti dei titoli di coda durante i quali scorrono le fotografie, sporche ingiallite sozze, di un America gretta, meschina, impaurita ed ipocrita.
I 140 minuti che li precedono costituiscono un abnorme prologo, estenuante come una corsa in salita, che si sa che fa
bene al fisico, ma quanta fatica e quanto patimento. Quanto patimento scoprire, o forse è più giusto dire ricordarsi,
che la natura umana è essenzialmente ipocrita ed egoista; che sentimenti quali solidarietà, fratellanza, aiuto reciproco
sono solo la facciata falsa che ricopre le case di una piccola città di provincia. Ed è forse per questo che le mura di
Dogville sono trasparenti; dalle strade della piccola cittadina si può vedere, se solo si volesse guardare, quello che al
loro interno accade. Ma è meglio non essere costretti ad osservare case dove alberga la menzogna e la rabbia, la rassegnazione e l'arroganza, la tacita ma ferma convinzione di bastare a sé stessi ed al mondo intero. Ed è qui, in
questo sperduto paese fra le montagne rocciose, dove la strada finisce e dopo è solo strapiombo e dirupi, che da
quel mondo da cui Dogville è fuggita arriva Grace (Nicole Kidman) in fuga anche lei, sperduta, atterrita, con un
disperato bisogno di protezione. La comunità sembra aprirsi alla ragazza, grazie anche ai sofismi di Tom (Paul Bettany)
che convince i suoi concittadini che aiutare una povera giovane in difficoltà è eticamente corretto e socialmente augurabile. Ma c'è un prezzo da pagare. Grace si dovrà offrire spontaneamente di aiutare gli abitanti nelle loro piccole faccende quotidiane. "Hai due settimane per farti accettare" le consiglia Tom, amorevolmente.
La cittadina è uno scheletro di paese. Von Trier la disegna come se avesse avuto solo degli stuzzicadenti ed un pò
di gesso a sua disposizione. Il suolo è una lugubre lavagna nera dove tracciare le strade ed abbozzare i giardini.
Il cielo è un telone dove un pallido sole illumina il set dove si svolge il dramma. Dentro di esso si muovono i personaggi come fossero figurine del presepe. Aprono porte inesistenti, si siedono su panchine che danno sul nulla. Eppure, pur
nella forzata teatralità dell'azione, sottolineata da dialoghi letterari e forbiti, la macchina, rigorosamente a mano,
del regista danese riprende un orrendo delitto dove anche se non vediamo scorrere il sangue è impossibile non sentirne l'odore acre o coglierne l'allarmante presenza. La scellerataggine dell'indifferenza e della malafede, la crudeltà della
perfidia e della paura dell'altro diverso da te: un delitto che non è possibile non compiere perché non si può abdicare
alla propria natura. Come lo scorpione di Welles, anche l'uomo non può fare a meno di colpire la rana che lo sta traghettando al di là del fiume, anche se questo significherà la morte del trasportato oltre che quella del trasportatore.
Fine che puntualmente arriverà: più crudele del fattore che l'ha scatenata, più atroce della quotidiana sordida violenza
alla quale Grace - moderna Justine - è sottoposta, "chi la prendeva, al massimo veniva colto da quel leggero imbarazzo
che si può provare quando ci si approfitta di una mucca in montagna."
È la voce narrante, con uno stile da romanzo francese del '700, squisitamente letteraria, giocoso filo conduttore, che
Von Trier pone a commento, criminosamente imparziale, a ciò che ci mostra con il suo personalissimo stile.
Un linguaggio scarno ma ridondante di significati, una linea rinsecchita ma che germina su un humus fertile di contenuti
e colmo di concetti. I temi dell'integrazione e della tolleranza, del perdono e della vendetta, della faida tra popoli confinanti, i mali che affliggono il mondo da quando l'uomo esiste su di esso. Tematiche attualissime che oggi più che
mai sono ferite aperte nella nostra coscienza di cittadini ricchi di una terra ricca. E come non ambientare questa storia
in America, la terra più ricca del pianeta? Sicuramente, come già avvenne con "Dancer in the dark", qualcuno criticherà
il regista danese per aver parlato di un Paese, gli Stati Uniti, che non conosce. Ci sentiamo di rispondere come fece lui in quell'occasione: "anche gli americani non erano mai stati a Casablanca quando girarono "Casablanca".

Daniele Sesti
2月8日

Le belle parole dei saggi e poeti...

 
Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
- Alessandro Baricco - Tratto dal libro * Castelli di Rabbia *
                         
 
Volevo dire che io la voglio,
la vita,
farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c'è, tanta da impazzirne,
non importa,
posso anche impazzire ma la vita quella non voglio perdermela,
io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire
è vivere che voglio.
- Alessandro Baricco - Tratto dal libro * OceanoMare*
                            
 
C'e' grande poverta' nel mondo: quella delle persone che non sono mai contente di nulla,
quella di chi non sa' ne' ridere ne' piangere,
quella di coloro che non sanno dare nulla di se' agli altri...
Poi c'e' la poverta' ancora piu' gelida: quella dovuta alla mancanza d'amore.
- Khalil Gibran -
 
                           
Credere è una bella cosa, ma mettere in atto
le cose in cui si crede è una prova di forza.
Sono molti coloro che parlano come il fragore del mare,
ma la loro vita è poco profonda e stagnante come una putrida palude.
Sono molti coloro che levano il capo al di sopra delle cime delle montagne,
ma il loro spirito rimane addormentato nell'oscurità delle caverne.
- Khalil Gibran -
 
                          
Rimanere se stessi in un mondo che giorno e notte si adopera per trasformare ciascuno di noi
in un essere qualsiasi vuol dire combattere la battaglia più dura della vita .
- Romano Battaglia -
 
 
Nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia,
ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore,
ci sono giorni pieni di lacrime; ma poi ci sono giorni pieni d'amore che ci danno il coraggio
di andare avanti per tutti gli altri giorni. - Romano Battaglia -
 
 
Trascorriamo la vita sperando in un domani diverso che non verra' mai.
Accumuliamo denaro e case nella speranza che un giorno queste ricchezze
ci serviranno per vivere meglio.
Lasciamo passare il tempo con la convinzione che tutto cio' diventi verita'.
Ma la verita' è nel nostro presente e non ci accorgiamo degli attimi che da soli valgono
un' intera esistenza per il loro significato. - Romano Battaglia -
 
 
Esistono il coraggio fisico ed il coraggio morale.
Poi esiste un coraggio superiore:
il coraggio di sopportare il dolore,
di convincerci,
di non fare mai sapere agli altri della sua esistenza
e di continuare a trovare gioia nella vita.
Il coraggio di svegliarsi al mattino
entusiasta del giorno che verrà.
 
 
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