Il film inizia come il libro. Una luce bianca, accecante, una danza di colori un po’ sfuocati. Appaiono facce di sconosciuti, che ci parlano, che gli parlano. Jean-Dominique Bauby capisce di essere in ospedale, attaccato a delle macchine che lo aiutano a respirare. Un uomo vestito da dottore viene verso di lui. Gli fa un franco aggiornamento sulla situazione. Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi. Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo. Il dottore gli spiega che soffre di una condizione estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato, come se fosse chiuso dentro se stesso, tutto il suo corpo intrappolato da una specie di scafandro. Nel caso di Bauby, l’unica cosa che funziona è la sua palpebra sinistra. E’ la sua ultima finestra sul mondo e il suo unico metodo di comunicazione. Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no. Il cervello, da parte sua, funziona alla perfezione. Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più parlare. Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose che funzionano ancora – l’immaginazione e la memoria. La farfalla. Da questo punto di vista decide di raccontare la sua storia. Non come un’intervista, ma come un libro. Impara a memoria le frasi della sua storia e poi, utilizzando il metodo sviluppato dalla sua logopedista, le detta quello che vuole dire lettera per lettera, sbattendo le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.
Un anno e due mesi nella stanza 119 dell’Ospedale Marittimo di Berck e il suo libro è finito. E’ morto dieci giorni dopo la pubblicazione. Lo scafandro e la farfalla è stato pubblicato dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997 ed è stato un grande successo. E’ stato tradotto in molte lingue e i lettori si sono universalmente commossi davanti a una storia che sarebbe potuta succedere a ognuno di noi. Jean-Dominique Bauby, il direttore di un’importante rivista di moda, Elle, era stato un grande seduttore. Aveva avuto diverse vite e aveva avuto successo in tutte. Aveva avuto cura della sua salute e del suo aspetto. L’ictus era stato improvviso e ingiusto come il destino stesso. E lui lo vide, effettivamente, come un segno del destino. Aveva vissuto la sua vita di giornalista con passione frenetica e non si era mai reso conto di cosa fosse veramente importante. I suoi bambini.
Non può scrollarsi di dosso questo senso di colpa. Quasi un anno prima, era andato via di casa, aveva lasciato i suoi figli e sua moglie e non aveva ancora avuto il tempo di cominciare una nuova vita. E si è fermata improvvisamente il 9 dicembre 1995. Prima dell’ictus aveva firmato un contratto con le Edizioni Robert Laffont, per scrivere un moderno adattamento, la versione al femminile de Il conte di Montecristo. Un sacrilegio simile poteva spiegare la sua terribile punizione. “Un capolavoro non si tocca”. Jean-Dominique si vede come Noirtier de Villefort, un personaggio misterioso, depositario di gravi segreti, condannato al silenzio e intrappolato su una sedia a rotelle, che può comunicare solo con gli occhi. Il libro di Bauby è un vero atto letterario. Il potere della sua storia lo ha reso uno scrittore. Un destino tragico l’ha trasformato in un artista.
La storia di Jean-Dominique Bauby assomiglia alla vita di un artista che vive una battaglia fra se stesso e gli altri. La malattia, come la malattia mentale o il genio, è fonte di esclusione e fraintendimento. Per sfuggire al suo destino, per sfuggire alla crudeltà umana, si può solo contare su se stessi. Sull’intelligenza, sulla creatività e sull’eroismo. Attraverso la sua scrittura, Jean-Dominique Bauby prolunga la sua vita al di fuori di lui, al di fuori del suo corpo. Il potere del sogno e del pensiero gli consentono di attraversare ogni confine.
Schnabel aveva scoperto il libro in un modo molto personale, attraverso un amico che adesso non c’è più. Era molto interessato alla tecnica di narrazione fuori campo del film – il pubblico è l’unico confidente del protagonista. Nessuno nel film sa cosa stia succedendo nella sua testa – lo sa solo il lettore o lo spettatore.
Julian Schnabel ha deciso di fare questo film non solo perché il tema si adatta molto al suo tipo di cinema, ma anche perché era molto coinvolto a livello personale. L’ha molto colpito il rapporto fra Jean-Dominique Bauby e suo padre e le scene con i due personaggi sono molto commoventi. La sfida iniziale è proprio il cuore del progetto. La prima metà è girata dal punto di vista di Jean-Dominique Bauby. Le immagini a volte sono fuori fuoco, a volte brillanti e piene di colore, altre volte accecanti. Julian Schnabel gira come dipinge, attaccato alla pelle, alla pellicola. L’erotismo nelle inquadrature di bocche, cosce, colli, fa pensare a un dettaglio di un quadro. I set, per tutte le loro stranezze e i loro lussi, sono magici. Bauby aveva soprannominato un determinato punto dell’Ospedale Marittimo di Berck “Cinecittà”. Gli piaceva molto il fascino di quel luogo, l’immaginario geografico di uno studio cinematografico. Con una vera presa di posizione, il monologo interiore di Jean-Dominique viene raccontato da una voce fuori campo. Viviamo l’esperienza insieme a lui, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
La musica accompagna i momenti di disperazione e i momenti di rinascita. Julian Schnabel pensa che la vita di Jean-Dominique Bauby cominci dopo l’ictus, quando si rende conto di chi è veramente. E’ nato di nuovo, sotto forma di farfalla.
La prima parte è in prima persona. Attraverso l’alfabeto e il battito delle ciglia, Jean – Dominique riesce a comunicare con coloro che gli stanno intorno. La sua parola è una sorta di scrittura. “La mia prima parola è IO. Comincio con me stesso.” Usando questa tecnica riesce a uscire da se stesso, da scappare dal suo scafandro, tornare in superficie. La seconda parte è girata dall’esterno – la macchina da presa filma Bauby che vive la sua nuova vita e mostra che attraverso il suo lavoro di scrittore ha ritrovato la dignità e la vita. L’interpretazione di Mathieu Amalric è unica – a metà fra la padronanza di un corpo deforme e l’espressione orale dell’emozione. La tragedia non preclude l’umorismo. Questo film è una lezione di vita, non in senso moralistico, ma dell’energia che ne deriva. Ogni istante di questo film ci può insegnare qualcosa.
- Angie David -