"Stupro e vendetta" da Navi in bottiglia
di Gabriele Romagnoli
Nicoletta non si muove. Resta lì, schiacciata dal peso dell’uomo,
anche lui finalmente immobile. Il sangue cola tra le sue gambe nude,
ma più lento, adesso che la furia si è spenta.
Tace, non singhiozza più. Sono passati pochi minuti da quando tutto
è cominciato. Sembrano passati anni, nel suo mondo di bambina ferita.
Sente mancare il respiro, cerca di spostarsi strisciando sulla schiena.
La sua testa emerge dalle spalle dell’uomo. La sua bocca è vicina alle
orecchie. <<La pagherai,>> gli dice <<morirai. Mio padre ti ucciderà
per quello che hai fatto.>> Si aggrappa all’ultima frase come una
speranza, ne fa un ritornello rassicurante, come fosse una filastrocca:
<<Mio padre ti ucciderà. Mio padre ti ucciderà. Ti ucciderà>>.
L’uomo rimane voltato verso il muro. Tiene gli occhi chiusi.
La voce di Nicoletta gli arriva smorzata, lontana, come se venisse
da un altro tempo, eco di un mondo che si è frantumato.
<<Mio padre ti ucciderà.>> Fa male anche a lui stare in quella
posizione ora che tutto è finito. Ma dove può andare adesso?
Come può pensare di rimettere insieme i cocci del suo universo?
Guarda la finestra e la vede scheggiata, guarda lo specchio e lo
vede rotto. <<Mio padre ti ucciderà.>> Niente è più come prima,
niente gli sembra riparabile. Si solleva stancamente, senza guardare
la bambina. E’ in piedi davanti a lei, di spalle, la sua ombra sul
corpo nudo di Nicoletta. Va alla scrivania. Apre il cassetto. Prende
la pistola. Si avvicina allo specchio. E’ come se fosse un altro uomo.
Canna alla tempia. Sparo. Cade vicino alla bambina.
Il sangue si mescola al sangue di lei. Nicoletta non si sposta, fiuta
l’aria e il silenzio. Dice: << Mio padre ti ha ucciso>>.
Se non fosse cieca capirebbe che suo padre si è ucciso.