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日志


10月17日

Patch Adams... un film bellissimo interpretato da un bravissimo attore: Robin Williams...!!

  
7月4日

MILK

 

Harvey Milk : << La sua vita ha cambiato la storia,

il suo coraggio ha cambiato molte vite! >>

11月9日

Il colore della libertà

 
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Trama :
 
Racconta il rapporto tra Nelson Mandela (Dennis Haysbert) e la sua guardia carceraria James Gregory (Joseph Fiennes), che ha scritto un libro da cui il film è tratto. Nel film si evidenzia il cambiamento del pensiero di "Mr.Gregory" nei confronti dei neri e in particolare di Mandela, e viene raffigurata la situazione politico-sociale del Sud-Africa dagli anni '60 agli inzi degli anni '90. James Gregory e la sua famiglia, composta dalla moglie Gloria e da due figli, parte verso l'isola prigione di Robben Island, dove James viene trasferito. Lì, dato che conosce la lingua usata dai sudafricani, viene incaricato di censurare le lettere che arrivavano ai carcerati e di tenere sott'occhio il loro capo, Nelson Mandela. Attraverso di lui riesce a capire che i neri non vogliono prendere il controllo totale del paese, ma sono i bianchi che non vogliono dare dei diritti agli uomini di colore, che chiedono di vivere in pace assieme a tutti. James così incomincia a difendere gli ideali di Mandela e le libertà che a tutti dovrebbero essere date.
3月7日

Lo scafandro e la farfalla

 
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...un film di Julian Schnabel.
 
SINOSSI
Nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni, Jean-Dominique Bauby – dinamico e carismatico direttore di ELLE Francia – fu colpito da un ictus devastante che ne rese inattivo il sistema cerebrale e ne cambiò la vita per sempre. Superato un iniziale stato di coma, si svegliò per scoprire di essere vittima di una sindrome locked-in – mentalmente vigile ma prigioniero dentro il suo stesso corpo, in grado di comunicare col mondo esterno solo attraverso il battito della palpebra dell’occhio sinistro. Costretto a confrontarsi con quest’unica prospettiva di vita, Bauby riuscì a costruire un ricco universo interiore per trovare dentro di sé le uniche due cose che non fossero paralizzate: l’immaginazione e la memoria. All’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer imparò un alfabeto completamente nuovo, che codifica le lettere più frequenti del vocabolario francese. Queste parole, queste frasi, questi capitoli dolorosamente espressi lettera per lettera, raccontano la storia di una profonda avventura all’interno della psiche umana e della battaglia tra la vita e la morte. Questo alfabeto riuscì a scardinare la prigione del corpo di Jean-Dominique, che lui chiamava il suo scafandro, ed aprì gli sconfinati territori della libertà interiore, da lui chiamati la farfalla.
 
 
“Sono stato cieco e sordo o ci è voluta l’amara luce di un dramma per trovare la mia vera natura?” chiede Jean-Dominique Bauby, rivolgendosi a se stesso e a tutti noi. Ci vuole la sindrome locked-in per rendere cosciente un essere umano e per creare empatia con gli altri? Ci dobbiamo ammalare perché gli angeli vengano  a salvarci?
 
"Mio padre è morto a 92 anni e non è era mai stato realmente malato in tutta la sua vita. E’ stato felicemente sposato con mia madre per più di sessant’anni. La maggior parte delle persone metterebbero la firma per avere la vita che ha avuto lui ma, non essendo mai stato malato, era impreparato e terrorizzato dalla morte. Alla fine della sua vita ha vissuto con me e mia moglie, ma non sono riuscito a risparmiargli questa paura. La vita non può essere solo dolore, caos sessuale e nulla. Ci deve essere qualcos’altro. "
 
Quando Jean-Dominique Bauby era in piena salute, atletico e intelligente, era un autore qualificato. Era uno scrittore che si conformava al successo. Attraverso la sua paralisi e la sua rinascita in veste di occhio – il punto di vista di quello che lui chiama la farfalla – indaga sulla sua vita e sui paradossi della vita in generale, portando a termine un lavoro che ha un profondo effetto su chiunque lo abbia letto.
                                                                                                                                                             - Julian Schnabel -
 
NOTE DI PRODUZIONE
Il film inizia come il libro. Una luce bianca, accecante, una danza di colori un po’ sfuocati. Appaiono facce di sconosciuti, che ci parlano, che gli parlano. Jean-Dominique Bauby capisce di essere in ospedale, attaccato a delle macchine che lo aiutano a respirare. Un uomo vestito da dottore viene verso di lui. Gli fa un franco aggiornamento sulla situazione. Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi. Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo. Il dottore gli spiega che soffre di una condizione estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato, come se fosse chiuso dentro se stesso, tutto il suo corpo intrappolato da una specie di scafandro. Nel caso di Bauby, l’unica cosa che funziona è la sua palpebra sinistra. E’ la sua ultima finestra sul mondo e il suo unico metodo di comunicazione. Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no. Il cervello, da parte sua, funziona alla perfezione. Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più parlare. Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose che funzionano ancora – l’immaginazione e la memoria. La farfalla. Da questo punto di vista decide di raccontare la sua storia. Non come un’intervista, ma come un libro. Impara a memoria le frasi della sua storia e poi, utilizzando il metodo sviluppato dalla sua logopedista, le detta quello che vuole dire lettera per lettera, sbattendo le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.
 
Un anno e due mesi nella stanza 119 dell’Ospedale Marittimo di Berck e il suo libro è finito. E’ morto dieci giorni dopo la pubblicazione. Lo scafandro e la farfalla è stato pubblicato dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997 ed è stato un grande successo. E’ stato tradotto in molte lingue e i lettori si sono universalmente commossi davanti a una storia che sarebbe potuta succedere a ognuno di noi. Jean-Dominique Bauby, il direttore di un’importante rivista di moda, Elle, era stato un grande seduttore. Aveva avuto diverse vite e aveva avuto successo in tutte. Aveva avuto cura della sua salute e del suo aspetto. L’ictus era stato improvviso e ingiusto come il destino stesso. E lui lo vide, effettivamente, come un segno del destino. Aveva vissuto la sua vita di giornalista con passione frenetica e non si era mai reso conto di cosa fosse veramente importante. I suoi bambini.
Non può scrollarsi di dosso questo senso di colpa. Quasi un anno prima, era andato via di casa, aveva lasciato i suoi figli e sua moglie e non aveva ancora avuto il tempo di cominciare una nuova vita. E si è fermata improvvisamente il 9 dicembre 1995. Prima dell’ictus aveva firmato un contratto con le Edizioni Robert Laffont, per scrivere un moderno adattamento, la versione al femminile de Il conte di Montecristo. Un sacrilegio simile poteva spiegare la sua terribile punizione. “Un capolavoro non si tocca”. Jean-Dominique si vede come Noirtier de Villefort, un personaggio misterioso, depositario di gravi segreti, condannato al silenzio e intrappolato su una sedia a rotelle, che può comunicare solo con gli occhi. Il libro di Bauby è un vero atto letterario. Il potere della sua storia lo ha reso uno scrittore. Un destino tragico l’ha trasformato in un artista.
La storia di Jean-Dominique Bauby assomiglia alla vita di un artista che vive una battaglia fra se stesso e gli altri. La malattia, come la malattia mentale o il genio, è fonte di esclusione e fraintendimento. Per sfuggire al suo destino, per sfuggire alla crudeltà umana, si può solo contare su se stessi. Sull’intelligenza, sulla creatività e sull’eroismo. Attraverso la sua scrittura, Jean-Dominique Bauby prolunga la sua vita al di fuori di lui, al di fuori del suo corpo. Il potere del sogno e del pensiero gli consentono di attraversare ogni confine.
 
Schnabel aveva scoperto il libro in un modo molto personale, attraverso un amico che adesso non c’è più. Era molto interessato alla tecnica di narrazione fuori campo del film – il pubblico è l’unico confidente del protagonista. Nessuno nel film sa cosa stia succedendo nella sua testa – lo sa solo il lettore o lo spettatore.
 
Julian Schnabel ha deciso di fare questo film non solo perché il tema si adatta molto al suo tipo di cinema, ma anche perché era molto coinvolto a livello personale. L’ha molto colpito il rapporto fra Jean-Dominique Bauby e suo padre e le scene con i due personaggi sono molto commoventi. La sfida iniziale è proprio il cuore del progetto. La prima metà è girata dal punto di vista di Jean-Dominique Bauby. Le immagini a volte sono fuori fuoco, a volte brillanti e piene di colore, altre volte accecanti. Julian Schnabel gira come dipinge, attaccato alla pelle, alla pellicola. L’erotismo nelle inquadrature di bocche, cosce, colli, fa pensare a un dettaglio di un quadro. I set, per tutte le loro stranezze e i loro lussi, sono magici. Bauby aveva soprannominato un determinato punto dell’Ospedale Marittimo di Berck “Cinecittà”. Gli piaceva molto il fascino di quel luogo, l’immaginario geografico di uno studio cinematografico. Con una vera presa di posizione, il monologo interiore di Jean-Dominique viene raccontato da una voce fuori campo. Viviamo l’esperienza insieme a lui, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
La musica accompagna i momenti di disperazione e i momenti di rinascita. Julian Schnabel pensa che la vita di Jean-Dominique Bauby cominci dopo l’ictus, quando si rende conto di chi è veramente. E’ nato di nuovo, sotto forma di farfalla.
 
La prima parte è in prima persona. Attraverso l’alfabeto e il battito delle ciglia, Jean – Dominique riesce a comunicare con coloro che gli stanno intorno. La sua parola è una sorta di scrittura. “La mia prima parola è IO. Comincio con me stesso.” Usando questa tecnica riesce a uscire da se stesso, da scappare dal suo scafandro, tornare in superficie. La seconda parte è girata dall’esterno – la macchina da presa filma Bauby che vive la sua nuova vita e mostra che attraverso il suo lavoro di scrittore ha ritrovato la dignità e la vita. L’interpretazione di Mathieu Amalric è unica – a metà fra la padronanza di un corpo deforme e l’espressione orale dell’emozione. La tragedia non preclude l’umorismo. Questo film è una lezione di vita, non in senso moralistico, ma dell’energia che ne deriva. Ogni istante di questo film ci può insegnare qualcosa.
                                                                                              - Angie David -
1月21日

Un cuore grande (A Mighty Heart)

 
16/11/2007 - Rapito e giustiziato in Afghanistan. La Jolie rende giustizia al cronista Daniel Pearl  nel film-denuncia di Winterbottom. Sarajevo- Guantanamo- Karachi.
 
Un viaggio temerario di "Avventure nel mondo"? No, l'itinerario di Michael Winterbottom, cineasta di razza e intellettuale coraggioso. Emozioni, dolore, ingiustizie le sue specialità. Le guerre sporche e scomode di un Occidente sempre più corrotto e amorale il suo campo di battaglia, non solo cinematografico. Prima era l’ex Jugoslavia, ora è l’Afghanistan, il post 11 settembre. In Road to Guantanamo, ha raccontato la storia vera di quattro giovani la cui unica colpa fu sconfinare dal Pakistan e il non confessare, neanche sotto tortura, le bugie necessarie al Sistema. In Un cuore grande racconta i giorni in cui la guerra di civiltà, forse, è arrivata al suo punto di non ritorno. Nel gennaio 2002 Daniel Pearl, inviato per il Wall Street Journal in Pakistan e Afghanistan, viene sequestrato da Al Qaeda. Sarà il primo giornalista ucciso con un’atroce decapitazione, tragica moda del terrorismo di questi ultimi anni. Dopo le estradizioni illegali della Cia e il dramma delle detenzioni (spesso ingiustificate) di Guantanamo, Winterbottom, prodotto da Brad Pitt e con Angelina Jolie come protagonista, mostra l’altra faccia della guerra infinita, della libertà duratura, partendo dal libro di memorie della giovane e caparbia vedova. Con una narrazione classica, quelle che preferisce, e la solita grande capacità tecnica, il regista inglese ci porta all’interno di un dramma familiare e mondiale con una sobrietà e un pudore per lui inusuali. Daniel (Dan Futterman) lo vediamo quasi esclusivamente nei momenti di felicità e lavoro, viviamo la tragedia con la moglie Mariane (Jolie), in cinta di sei mesi, e di tutto il suo entourage di colleghi, amici e diplomatici. Di sbagliato e fuori posto, in questo film, insomma, c’è solo l’improbabile parrucca di Angelina. Ci si commuove, ci si indigna, si vorrebbe urlare insieme all’ottima Jolie, in uno dei pianti più scomposti ma veri della storia del cinema. Pearl cercava e raccontava la verità, ripugnava dogmi e ipocrisie. Una colpa troppo grande in un mondo fanatico e fondamentalista come il nostro.
2月26日

Pater familias di Francesco Patierno...un film coraggioso.

 
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E' la storia di Matteo (Luigi Iacuzio), un trentenne che, dopo una lunga assenza, ritorna nel paesino in cui è nato e cresciuto in occasione dell'aggravarsi delle condizioni di salute di un padre con il quale non ha mai avuto alcun rapporto e verso il quale prova ora solo una grande tristezza. Quella di Matteo è una passeggiata sconsolata e malinconica tra i vicoli del suo quartiere, un viaggio avanti e indietro con la memoria sino ai tempi della sua adolescenza e delle piccole grandi storie vissute insieme al suo gruppo di amici ormai perduti per sempre. Rievocare ricordi così dolorosi farà riflettere Matteo su quello che è diventata ora la sua vita e se non sia stato un bene per lui essere stato dieci anni in prigione per aver vendicato un affronto troppo grande da mandar giù. Lui sa che tutto quello che gli è accaduto è servito a farlo maturare, ma questo non gli basta; sente che il distacco repentino da quella realtà lo ha allontanato da una vita forse peggiore di quella vissuta nel carcere e per questo cercherà di salvare da quello squallore anche l'unica persona a cui sente di aver voluto veramente bene e lo farà nell'unico giorno di libertà che gli è stato concesso in 10 anni.
Liberamente tratto dall'omonimo libro di Massimo Cacciapuoti (edito da Castelvecchi), "Pater Familias" non vuol essere un film sulla delinquenza minorile ma sulla 'famiglia', un valore morale che non ha alcun significato nella società decadente in cui si trovano alcuni piccoli sobborghi della provincia di Napoli, in cui regna la criminalità ed i ragazzi crescono spesso abbandonati a loro stessi e al proprio destino. Se dunque l'intento di Francesco Patierno era quello di far parlare di sé e del suo film bisogna dire che la cosa è più che riuscita; se invece lo scopo del giovane regista napoletano, abituato a dirigere spot televisivi, era quello di creare un prodotto che potesse arrivare al grande pubblico, forse il suo è da considerarsi un mezzo fallimento. Un film del genere non è stato infatti per niente facile né da distribuire, pensate che esce in copia unica in tre o quattro città al massimo per qualche settimana, ed ancor meno è stato facile da realizzare. Per i suoi contenuti scabrosi e violenti "Pater Familias" non ha trovato alcun finanziamento pubblico e se non fosse stato per il coraggio e la volontà degli attori e dei realizzatori, che non hanno percepito neanche un centesimo, e del regista che ci ha rimesso di tasca sua molti soldi prima di trovare l'appoggio della Kubla Khan che poi lo ha prodotto, questo film non sarebbe mai stato realizzato. Di certo non sarebbe arrivato al Festival di Berlino senza anche l'aiuto dell'Istituto Luce, distributore del film, che in questa stagione ha deciso di far leva quasi esclusivamente su opere prime e seconde.
Le inquadrature sono rubate e volutamente imperfette, l'immagine sempre in movimento comunica allo spettatore lo smarrimento dei personaggi ed in primis di Matteo. Molto efficaci le scene girate in esterno da attori, sia professionisti che non e tutti di origine napoletana, che hanno recitato egregiamente forse proprio perché a loro agio in un ambiente a loro familiare. Quello che ha sconcertato tutti è stato però il totale disinteresse della gente del luogo a quel che accadeva sotto i loro occhi; un'indifferenza terrificante se consideriamo che i passanti erano ignari del fatto che le rapine, gli inseguimenti e gli accoltellamenti a cui stavano assistendo erano in realtà scene di un film.
Le sembianze sono dunque quelle di un documentario, e come tutti i documentari vengono mostrate cose vere in tutta la loro crudezza. La voglia di coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie è stata davvero irrefrenabile in alcuni momenti; la violenza è decisamente troppo marcata specialmente sulle donne, che siano sorelle, madri, figlie, mogli o fidanzate ingabbiate nella loro quotidiana incapacità di reagire ad una vita fatta di sottomissione e silenzio, fungendo spesso da 'oggetti' su cui uomini falliti e insoddisfatti sfogano le loro frustrazioni. Se pur ci si rende conto che la realtà si avvicina molto a quel che si vede nelle immagini, almeno a detta di chi vive o è vissuto in quel posto, il risultato è sconvolgente soprattutto se ci si sofferma a pensare che chi è imprigionato in quell'ambiente non riesce quasi mai ad uscirne, e spesso non vuole neanche provarci. Evitatelo se siete particolarmente sensibili.
 
8月27日

Garage Olimpo

 
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Marco  Bechis  - ARGENTINA, ITALIA , 1999 –
 
Trama:  Maria Fabiani, 19 anni, è un'attivista militante in una organizzazione clandestina che si oppone alla dittatura militare al governo in Argentina. Fa la maestra in una bidonville di Buenos Aires, e vive in città in una grande casa insieme alla madre Diana. Incombono difficoltà economiche e così Diana ha affittato alcune stanze dell'appartamento, una di queste a Felix, un giovane timido, che dice di non avere famiglia, di lavorare come guardiano notturno in un garage e, soprattutto, si mostra innamorato di Maria. Una mattina irrompono in casa poliziotti e militari in borghese: arrestata di fronte allo sguardo impotente della madre, Maria viene portata via e chiusa in prigione in un centro clandestino chiamato 'Garage Olimpo'. Al momento di farla parlare, Tigre, il capo del centro, affida il compito ad uno dei suoi uomini più fidati: è Felix, l'affittuario. Maria allora capisce che Felix è al tempo stesso il suo torturatore ma anche la sua unica via di salvezza. Intanto Diana accetta di vendere la casa in cambio della promessa di rivedere la figlia. Una macchina l'accompagna, ma appena fuori città la fanno scendere e le sparano. In carcere, Maria bacia Felix, poi prova a scappare, è ripresa, vive momenti di forte paura. Quando il Tigre torna a casa, qui scoppia una bomba messa da Ana, amica della figlia del comandante. Il giorno dopo Felix porta Maria fuori dal carcere. Quando rientrano, lei è destinata a salire sul camion che porta i prigionieri fuori città; Felix viene convocato dal generale. Entrambi saranno eliminati in forma anonima, come tanti altri in quegli anni.

Note: PREMIO DAVID 2000 PER MIGLIORE PRODUZIONE (AMEDEO PAGANI)
7月24日

Mare Dentro

 
Tratto da Il sole 24 ore datato il 19 settembre 2004 di Roberto Escobar
 
Mare Dentro (Mare Adentro)
Alejandro Amenabar - Spagna 2004 -
 
"chi sono io per giudicare chi vuol vivere?". Così dice Ramon Sampedro, il tetraplegico galiziano che, a lungo e invano, chiese ai tribunali spagnoli di poter morire. La sua storia è narrata da Alejandro Amenabar  in MARE DENTRO.
Chi è dunque Ramon Sampedro per giudicare della vita e della libertà di un altro uomo o di un'altra donna? Posta così , la domanda ammette una sola risposta: Ramon Sampedro non ha alcun diritto di sovrapporre la propria decisione a quella di un altro essere umano di restare in vita. La volontà di vivere, l'amore per la vita è quanto di più personale e insostituibile ci definisca, a uno a uno.
Tuttavia, capovolta nella sua formulazione e nel suo senso, chi è non solo Ramon Sampedro, ma ogni altro uomo od ogni altra donna, per giudicare chi non voglia vivere?
A questo è dedicato MARE DENTRO : al confine terribile lungo il quale corrono, si incontrano e si  scontrano la dignità e la libertà dell'io (del singolo uomo e della singola donna) e il potere e la potenza del noi (della dimensione sovraindividuale, che sia spirituale o che sia politica).
Al pari del loro Ramon (un bravissimo Javier Bardem) Amenábar pensa che della propria morte sia solo il singolo a poter disporre . C'è il valore morale dell'io che sceglie, di ogni io che sceglie.

Non odia la vita il Ramon di Amenábar. Al contrario, la ama di un amore non più possibile. E per amore intende non una "tecnica", ma un essere, un poter essere. Lo stesso sente e pensa delle donne, e in particolare per Julia. Ramon può fingerselo nel desiderio questo suo amore impossibile, e nel sogno a occhi aperti che lo porta oltre la finestra della sua stanza, in volo fino al mare.
A qualcuno potrebbe bastare anche questa vita sognata: potrebbero bastagli il "mare dentro" e il suono dolce delle parole che danno il corpo sottile al desiderio.
Ma tutto questo a Ramon non basta e decide di morire. Julia, invece, finisce per scegliere di vivere, nonostante la prospettiva certa che la attende l'immobilità e l'impotenza, la stessa tragica impotenza di lui. E chi mai siano, noi, per giudicarla?
 
In conclusione:
L' eutanasia è un argomento molto complesso, ancora oggi sono poche le persone che hanno voglia di discutere e di affrontare un argomento simile, forse il motivo x il quale questi rimangono apparentemente indifferenti a tale argomento è indotto dalla paura di assumersi una responsabilità troppo grande quale la morte di un essere umano indipendentemente dalla sua condizione fisica e dalla qualità della sua vita. Ma come dare torto a Ramon Sampedro e a tutti i Ramon Sampedro del mondo che vogliono porre fine alla loro non-vita? Il tema della dolce morte è un gravoso dilemma e questo film non ha certo la pretesa di trovarvi una soluzione, bensã quella di raccontare una singola storia di vita realmente esistita affinchè lo spettatore possa riflettere e destare attenzione sul concetto del libero arbitrio di chiunque abbia facoltà di intendere e di volere. Infatti Ramon non parla a nome di tutti i tetraplegici del mondo, ma per se stesso perchè vivere è un diritto non un obbligo.   G.G.

 

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